Descrizione
Progetto
Risultati I Semestre
linea SIFORTI
Risultati I Semestre
linea GEFORPASTA
Risultati Finali
linea SIFORTI
Risultati Finali
linea GEFORPASTA
Unità Operative
linea SIFORTI
Unità Operative
linea GEFORPASTA
Budget
Descrizione Progetto
I formaggi a pasta cotta lungamente stagionati (Grana
Padano e Pecorino Romano) ed a pasta filata (Mozzarelle
e Caciocavallo Silano) sono prodotti tipicamente
legati all'agricoltura ed alla tradizione dell'Italia.
Mentre è discussa a livello internazionale (USA,
Australia) la sicurezza igienica dei primi, essendo prodotti
con latte crudo, per le paste filate esiste la concorrenza
sleale di formaggi prodotti con addizione non autorizzata
di caseine od altri derivati lattieri in polvere. Il progetto
Sicurezza e Salubrità dei prodotti caseari è quindi
articolato in due linee di ricerca: SIFORTI "Sicurezza Igienica
di Formaggi Tipici Italiani" e GEFORPASTA "Genuinità di Formaggi
Italiani a Pasta Filata".
La linea SIFORTI vuole dimostrare che la tecnica
di produzione e le caratteristiche chimico-fisiche
di questi formaggi sono tali da impedire sopravvivenza,
sviluppo o produzione di tossine da parte di microrganismi
patogeni (Salmonella spp, Listeria monocytogenes
, Staphylococcus aureus e Escherichia
coli O157:H7) eventualmente presenti nel latte
da cui derivano e quindi ne garantiscono la sicurezza
igienica.
La linea GEFORPASTA ha per scopo il riconoscimento
dell'uso di proteine essiccate in formaggi a pasta
filata, non ammesso rispettivamente dalla legislazione
europea (per caseine e caseinati) e dai disciplinari
di produzione dei formaggi a denominazione di origine
protetta (DOP) o con attestazione di specificità
(per proteine del latte). Si cercherà di semplificare ed ottimizzare
la ricerca di lisinoalanina (LAL), e di individuare altre
molecole derivanti da modificazioni della proteina lattiera
conseguenti al processo di produzione ed essiccazione e metterne
a punto le metodiche di analisi.
Risultati I Semestre linea SIFORTI
Coerentemente con gli obiettivi del primo anno di
ricerca è iniziata l’analisi di formaggi Grana Padano e
Pecorino Romano a differenti periodi di stagionatura ma comunque
pronti per il consumo.
Il Consorzio di Tutela del Grana Padano in accordo
per il piano di campionamenti stabilito con l'Istituto Zooprofilattico
Sperimentale della Lombardia e dell'Emilia Romagna (IZSLER) di Brescia,
DISTAM dell’Università di Milano, CHELAB srl, ed il Consorzio
di Tutela del Pecorino Romano in accordo con Istituto Zooprofilattico
Sperimentale della Sardegna (IZS S) ed Istituto Zoootecnico e Caseario
per la Sardegna (IZCS) hanno iniziato a fornire i campioni alle predette
Unità Operative che hanno in carico di definire le caratteristiche
microbiologiche e chimico-fisiche. Dopo analisi di circa un terzo dei
campioni preventivati (200 Grana Padano e 100 Pecorino Romano) non è
stata riscontrata presenza di flora patogena (
Salmonella spp,
Listeria monocytogenes ) né di flora indicatrice di carenza
d’igiene (es.
Escherichia coli). Le caratteristiche chimico-fisiche
dei formaggi rientrano nella norma e confortano il significato dell’assenza
di tale flora nei campioni finora analizzati.
Questi primi risultati confermano quanto atteso sulla
base della mancanza di dati di letteratura che attestassero il contrario,
ma non sono sicuramente sufficienti per dimostrare la sicurezza
di Grana Padano prodotto da latte crudo e di Pecorino Romano prodotto
da latte termizzato o crudo, ragione per cui è prevista la
dimostrazione diretta della sicurezza di questi formaggi attraverso
la produzione sperimentale di formaggi con latte volontariamente contaminato
con batteri patogeni (
Salmonella spp,
Listeria monocytogenes
e
Staphylococcus aureus enetrotossinogeni ed
Escherichia
coli produttori di tossine Shiga I e II).
A tal fine Consorzi, IZS, IZCS e l’Istituto Sperimentale
Lattiero Caseario di Lodi (ILC) stanno procedendo ad individuare
i caseifici ove realizzare caseificazioni sperimentali con aggiunta
di colture dei citati batteri e le condizioni di produzione salatura
e stagionatura dei formaggi atte a garantire la sicurezza degli operatori
e dell’ambiente.
Per poter procedere a queste caseificazioni in modo
scientificamente corretto e poter poi dimostrare che la sicurezza
dei formaggi è data dalla loro particolare tecnica produttiva indipendentemente
dall’uso della pastorizzazione del latte si stanno mettendo a punto
presso distinte Unità Operative metodi e sistemi per:
A) poter definire il livello di inoculo del latte con
le colture dei batteri patogeni
B) identificare la presenza nel formaggio di numeri
anche molto contenuti di cellule batteriche anche stressate
C) escludere la presenza di tossine eventualmente
formate da batteri patogeni nelle fasi del processo produttivo (affioramento
della crema, stoccaggio del latte ecc.) precedenti la trasformazione casearia.
Livello di inoculo
ILC sta studiando le cinetiche di crescita di colture
dei ceppi citati in latte scremato ed intero sottoposto ad affioramento
del grasso in differenti condizioni di temperatura previste dal
piano dei controlli della produzione di Grana Padano e per tempi
differenti che possano simulare condizioni differenti di raccolta e
stoccaggio del latte. In alcune fra le condizioni studiate, caratterizzate
da temperature più elevate e tempi più lunghi, le flore
testate si sono dimostrate in grado di duplicarsi e crescere.
Un possibile effetto dei pretrattamenti subiti dal
substrato (latte crudo, pastorizzato o sterile) sulle cinetiche
di crescita di tali microrganismi è stato visto ed è
in fase di conferma e possibile quantificazione.
Sensibilità della determinazione della presenza di cellule
anche stressate
Il Dipartimento di Scienza degli Alimenti dell’Università
degli Studi di Napoli "Federico II" (DSA) ha ottimizzato un protocollo
di estrazione del DNA microbico da colture in latte, con popolazioni
scalari da 1 cellula a 10
8 cellule ml
-1 , introducendo trattamenti enzimatici e chimici
modificati rispetto a quanto previsto per l’applicazione del Wizard
DNA purification kit della Promega. L’estrazione del DNA è
stata effettuata sia dalle diluizioni delle colture tal quali sia
da colture di arricchimento ottenute dalle stesse. Il rilevamento
mediante PCR è stato eseguito targettando, per
Listeria
monocytogenes , il gene hlyA, per
Staphylococcus aureus
il gene hsp60 per la chaperonina da 60 kda ed i geni per tutte
le enterotossine, per
Escherichia coli O157:H7 i geni stx1,
stx2, eae, hlyA e rfbE
(O157:H7).
Con tale metodica, dopo arricchimento delle diluizioni
delle colture, è risultato possibile rilevare anche una sola
cellula per ml.
Ottenuta quindi una sufficiente sensibilità
di determinazione della presenza di cellule, DSA sta procedendo
alla valutazione di protocolli di rivivificazione di cellule subletalmente
danneggiate da stress imputabili a concentrazioni di NaCl, acidità
e trattamenti termici, quali quelli potenzialmente presenti nelle produzioni
casearie allo studio.
Presenza di tossine batteriche
Il Centro di Spettrometria di Massa Proteomica e Biomolecolare
(CESMA-ProBio) dell’Istituto di Scienze dell'Alimentazione del
CNR di Avellino ed una seconda unità del Dipartimento di Scienza
degli Alimenti dell’Università degli Studi di Napoli (DSA) hanno
messo a punto un protocollo di analisi di applicabilità generale,
usando come sistema modello l’enterotossina B prodotta da
S.
aureus .
L’elettroforesi SDS-PAGE con colorazione al nitrato
d’argento ha permesso la rivelazione di minime quantità di
tossina (50-100 ng).
Parallelamente sono state ottimizzate sia la separazione
cromatografica che le condizioni di identificazione in spettrometria
di massa, mediante accoppiamento HPLC-MS.
Sono state quindi valutate differenti tecniche di spettrometria
di massa: MALDI-TOF-MS, ESI-MS e ESI-MS/MS.
Al MALDI è stato possibile rivelare la proteina
anche alla conc. di 180 fmol/ul, mentre con la tecnica ESI-MS si
sono registrati gli spettri di massa delle due soluzioni più
concentrate (35 e 3.5 pmol/ul). La massa misurata con ESI-MS della enterotossina
stafilococcica B è stata pari a 28369.15 Da.
Al fine di poter disporre di un metodo più sensibile
di dosaggio della presenza della tossina B la tossina è stata
degradata enzimaticamente a peptidi, di cui è stata fatta la
caratterizzazione mediante HPLC-MS peptide mapping.
È stato quindi affrontato il problema di determinare
la presenza della tossina in una matrice complessa quale il latte.
Conclusioni
L’insieme del lavoro delle Unità Operative nei
primi 6 mesi di attività sta creando le premesse per conseguire
gli obiettivi preposti. La definizione del livello massimo e del momento
di inoculo del latte con le colture dei batteri patogeni permetterà
di produrre formaggio nella condizione più favorevole per la possibile
crescita della microflora patogena nel formaggio. La possibilità
di identificare da un lato la presenza nel formaggio di numeri molto
contenuti di batteri patogeni anche stressati e quella dall’altro di escludere
la presenza di tossine eventualmente formate da batteri patogeni nelle
fasi del processo produttivo saranno elementi di dimostrazione della
sicurezza di questi formaggi e quindi di tutela della salute del consumatore.
Risultati I Semestre linea GEFORPASTA
Il progetto GEFORPASTA "Genuinità di Formaggi
Italiani a Pasta Filata" ha per oggetto il riconoscimento dell'uso
di caseine e/o di proteine del latte come ingrediente dei formaggi
a pasta filata Mozzarella e Caciocavallo.
L'utilizzo in caseificazione delle proteine anidre di
origine lattiero casearia è regolato da precise leggi comunitarie.
In base al Reg. CE 2204/90 le caseine ed i caseinati sono vietati
nella produzione di qualunque formaggio ad esclusione dei formaggi
fusi, in cui il loro uso è invece consentito dal Reg. CE 2742/90
purchè in quantità non superiore al 5%. La Direttiva CE 92/46
ha aperto invece una via all’addizione di "proteine del latte" al latte
per caseificio destinato alla produzione di formaggi generici non tutelati
da disciplinari di produzione. Tali proteine sono ottenute industrialmente
mediante tecniche di ultrafiltrazione e/o coprecipitazione.
L'obiettivo fondamentale della ricerca è il riconoscimento
dell'addizione di tali proteine anidre mediante la ricerca di marcatori
molecolari derivanti da modificazioni della proteina conseguenti
al suo processo di produzione.
La determinazione della lisinoalanina (LAL) al di sopra
di un minimo livello soglia è uno degli strumenti già
testati con successo per riconoscere l'addizione di derivati proteici
del latte essiccati ai formaggi a pasta filata. Tuttavia lo sviluppo
delle tecniche di frazionamento delle proteine del latte e delle tecniche
di formulazione degli ingredienti utilizzabili in caseificio può
richiedere la individuazione anche di altre molecole marker soprattutto
per quei derivati proteici nei quali la formazione di LAL indotta
dal processo sia più limitata.
Primo obiettivo del progetto è quindi la verifica
di una procedura semplificata di determinazione di LAL per HPLC e
rivelazione fluorimetrica dei FMOC derivati: a tal fine DISTAM ha organizzato
un training di addestramento al nuovo metodo per le altre UU.OO. (UNINA,
ISA e CHELAB) coinvolte nei ring test.
Successivamente DISTAM, UNINA, ISA e CHELAB hanno quindi
iniziato ad analizzare una campionatura di 16 diversi derivati proteici
essiccati (caseinati, caseine acide, caseine presamiche, proteine
del latte a diverso titolo proteico) reperiti da ILC sul mercato e
caratterizzati da differenti modalità di produzione e quindi
con un potenziale differente contenuto di molecole marker. Al fine
quindi di validare il metodo di ricerca della LAL, ILC ha messo a punto
la procedura per la produzione di Mozzarelle con aggiunte scalari di
caseinato di calcio (da 1 a 0,06 kg per 100 kg latte) ed ha quindi distribuito
a tutte le altre UU.OO. campioni di formaggio allo stato congelato. ILC
ha scelto di produrre Mozzarelle con la tecnologia di preacidificazione
del latte con acido citrico al fine di ridurre al minimo possibili fenomeni
di proteolisi e comunque standardizzare al massimo le procedure di caseificazione.
Al momento sono in corso le prove di produzione di Mozzarelle per aggiunta
al latte di proteine del latte e si sta studiando come poter aggiungere
in modo quantitativo la caseina acida e poter quindi produrre Mozzarelle
con un contenuto di proteine anidre “estranee” proporzionale al quantitativo
aggiunto.
UNINA ed ISA hanno iniziato la ricerca nei campioni
di proteine essiccate di altre molecole marker del trattamento produttivo
dovute a modificazioni strutturali irreversibili (deamidazione, desolforazione,
defosforilazione, o reticolazione di catene proteiche). Parallelamente,
sempre UNINA ed ISA stanno preparando anticorpi policlonali contro
LAL, di cui al momento stanno valutando la specificità mediante
saggi di western blotting, con il fine di rendere ancora più
semplice, rapida e meno costosa la sua ricerca.
Conclusioni
I primi 6 mesi di attività di GEFORPASTA hanno
permesso di avviare il confronto tra laboratori nell’esecuzione della
metodica HPLC per la determinazione di LAL sia in proteine lattiere
anidre sia in campioni di formaggio a pasta filata.
Risultati Finali linea SIFORTI
1- Stato dell'arte scientifico e applicativo
Il problema della sicurezza alimentare è una delle tematiche
di maggior rilievo nel campo della ricerca ed i risultati della ricerca,
a loro volta, possono diventare anche strumento per aggiornamenti
della legislazione e delle pratiche produttive.
Il tema della linea di ricerca ha voluto affrontare solo alcuni aspetti
della tematica “sicurezza alimentare” ed in particolare quelli legati alla
presenza di pericoli microbiologici in formaggi tipici italiani a lunga
stagionatura e, nella fattispecie, la presenza di microrganismi patogeni
non sporigeni (
Listeria monocytogenes,
Salmonella spp,
Staphylococcus aureus ed
Escherichia coli tossinogeni) e loro
tossine, presenza normata dalla Direttiva CE 92/46, recepita in Italia dal
DPR 54/1997.
Il sistema europeo ha integrato da tempo le regole sanitarie di produzione
dei formaggi con le esigenze di tutelare al contempo anche procedure tradizionali
di produzione che potrebbero essere considerate fonte di rischio per il
consumatore: in tal senso erano e sono da considerare le deroghe ai requisiti
della Direttiva CE 92/46 previste per i formaggi DOP o comunque tradizionali,
deroghe concesse proprio perché il legislatore in presenza di metodi
di produzione storici, e di cui dovrebbe quindi essere documentata la sicurezza
dei prodotti, ha ritenuto di preservare pratiche e strutture produttive
potenzialmente a rischio ma importanti per mantenere le caratteristiche
originali e quindi tipiche dei formaggi.
Questa interazione qualità-sicurezza, a maggior ragione in presenza
di deroghe, richiede tuttavia che sia dimostrata l’assenza di pericolo,
o la sua presenza a livelli accettabili.
Stabilito che ci deve essere dimostrazione, il piano del dibattito
si sposta sulla “qualità” della dimostrazione. La valutazione
può essere fatta usando “metri” diversi e può quindi diventare
fonte di contrasto tra Autorità Sanitarie di diversi Paesi. Non solo,
una valutazione contrastante finalizzata ad assicurare maggior protezione
alla sicurezza dei consumatori del proprio Paese sulla base di standard
nazionali, può diventare anche uno strumento per introdurre di fatto
limitazioni al libero commercio, e tali limitazioni, a seconda delle interpretazioni,
che come è inevitabile sono sempre di parte, potrebbero anche essere
considerate barriere commerciali mascherate.
Se l’Europa, per lo meno quella mediterranea, tutela i formaggi a latte
crudo di qualità e considera “sicuri” quelli a lunga stagionatura
grazie alla conoscenza dei processi produttivi ed all’assenza storica
di casi di malattia associati al loro consumo, America ed Oceania, pur
consentendo ai loro caseifici di utilizzare latte crudo per produrre formaggi
con stagionatura superiore a 60 giorni, chiedono, per consentire la libera
circolazione delle merci, che sia dimostrata in modo inequivoco la sicurezza
dei formaggi prodotti con latte non pastorizzato, e quindi con reazione
positiva alla fosfatasi. Anzi, la Food and Drug Administration (FDA) USA
sta pensando di sottoporre a norme più restrittive il permesso di
produrre formaggi a latte crudo con stagionatura superiore a 60 giorni,
definendo appositi profili di rischio: il messaggio che FDA continua a lanciare
anche nella sua comunicazione al pubblico (vedi FDA Consumer magazine September-October
2004 Issue) è chiaro “Got Milk? Make Sure It's Pasteurized”.
Le autorità sanitarie USA infatti spesso realizzano un’equivalenza
impropria tra formaggi con reazione ancora positiva alla fosfatasi
alcalina, tipica dei formaggi a latte crudo di vacca quali Grana Padano
e Parmigiano Reggiano o dei formaggi ovini a latte termizzato quali il Pecorino
Romano, e pericolo per la sicurezza alimentare: sulla base di tale equivalenza
bloccano o rallentano quindi le importazioni. Quanto pesi in questa equivalenza
il principio di precauzione e quanto la concorrenza industriale ed il protezionismo
economico non è discriminazione che spetta al progetto di risolvere.
La Food Standards Australia New Zealand (FSANZ, 2003) ha accettato
solo recentemente, e comunque in via provvisoria, il concetto che formaggi
a latte crudo a pasta extra dura (con umidità inferiore al 36%),
cotti ad almeno 48°C e stagionati per almeno 6 mesi a temperature superiori
a 10°C possano essere importati in Oceania senza quarantena perché
il loro consumo non comporta rischi per la sicurezza e la salute pubblica.
Se Grana Padano e Parmigiano Reggiano soddisfano appieno questi requisiti,
non altrettanto si può dire per il Pecorino Romano la cui temperatura
di cottura della cagliata è al massimo di 48°C e la cui stagionatura
minima è di 5 mesi.
Un piccolo Paese europeo extracomunitario, la Svizzera, produttore
tradizionale di formaggi stagionati a latte crudo e meno tutelato nelle
sue transazioni commerciali dal peso di una grande comunità, quale
è la UE, ha accettato già da anni la sfida di dimostrare
tale sicurezza. I lavori dei ricercatori svizzeri (Bachmann e Spahr, 1995;
Spahr e Schafroth, 2001) hanno contribuito ad aprire la strada alla libera
circolazione dei formaggi svizzeri in Oceania, mentre la commercializzazione
di formaggi italiani, analoghi per modo di ottenimento e quindi per sicurezza
“intrinseca”, è soggetta al regime della “quarantena”, se non accompagnata
da specifica e copiosa documentazione sanitaria, redatta periodicamente.
D’altra parte come evidenziano gli studi sulle cinetiche di mortalità
di
Mycobacterium avium subsp.
paratuberculosis in diversi
formaggi (Spahr e Schafroth, 2001; Donaughy et al., 2004), così
come precedentemente da quelle sui microrganismi oggetto del progetto
SIFORTI (Maehr et al., 2001; Ramsaran et al., 1998; Bachmann e Spahr, 1995;
Buazzi et al., 1992; Yousef e Marth, 1990; Goepfort et al., 1968), la mortalità
o la sopravvivenza, se non la crescita, dei microrganismi, e quindi la
sicurezza dei formaggi, sono strettamente dipendenti dalle tecniche produttive
del formaggio, e quindi dall’esistenza di pressioni selettive più
o meno importanti, e dalla durata della stagionatura.
Spesso inoltre gli studi sono stati effettuati da ricercatori di nazioni
differenti da quelle di origine dei formaggi, ragion per cui le conclusioni
tratte ad esempio su un formaggio Parmesan prodotto negli USA in base
al quale
L. monocytogenes aggiunta al latte può sopravvivere
fino alla 16° settimana di stagionatura (Yousef e Marth, 1990) non
concordano con le evidenze riscontrate sul Parmigiano-Reggiano DOP in cui
il patogeno non sopravvive oltre le prime 24 ore (Panari et al., 2004).
Oltre che dai protocolli sperimentali probabilmente differenti di addizione
del microrganismo al latte quello che risulta sicuramente differente è
la tecnica di caseificazione: i ricercatori USA per produrre il loro Parmesan
hanno usato ad esempio solo 81 kg di latte pastorizzato, uno starter composto
da
Streptococcus thermophilus e
Lactobacillus bulgaricus
, aggiunto lipasi e cotto la cagliata a 51°C. Per ottenere una forma
di Parmigiano-Reggiano o di Grana Padano DOP servono circa 500 kg di latte,
si usa un sieroinnesto naturale, non si usa lipasi e si cuoce la cagliata
ad almeno 53°C. La differente massa del formaggio ottenuto, oltre
alle altre differenze indicate, determina cinetiche di dissipazione del
calore totalmente diverse e con essa cinetiche di crescita dei batteri
lattici molto differenti (Neviani et al., 1998; Pellegrino et al.,
1997) che possono spiegare anche il differente comportamento dei batteri
patogeni.
Nell’immaginario collettivo e soprattutto nelle azioni delle Autorità
sanitarie tuttavia è spesso fatta l’equivalenza tra “Parmesan cheese”
e Parmigiano-Reggiano o Grana Padano e quindi, in assenza di informazione
precisa sui formaggi “originali” le conclusioni sono inevitabilmente tratte
sulla base delle “copie”, indipendentemente dalla rappresentatività
della “copia”.
La completa sicurezza di un alimento non risiede inoltre solamente
nell’assenza di batteri patogeni, ma anche nell’assenza di tossine prodotte
dai medesimi, qualora batteri tossinogeni fossero risultati presenti in
qualche fase della vita del prodotto prima della loro morte.
Fra le tossine batteriche che potrebbero essere potenzialmente presenti
nei formaggi, la probabilità relativamente più elevata, anche
se scarsa nella pratica documentata, è quella di ritrovare enterotossine
stafilococciche e/o da
E. coli, in particolare le prime a causa
della maggior tolleranza della presenza di
S. aureus nel latte ed
inoltre per la loro termostabilità e resistenza alla proteolisi
(Le Loir et al., 2003).
I metodi in uso per il rilevamento di queste tossine sono numerosi
e sono basati in gran parte su metodi immunologici, di tipo ELISA, EIA
o RPLA consigliati e/o validati da AOAC o, in Francia, da AFNOR. Sono inoltre
utilizzati anche altri metodi basati sulla cromatografia di affinità,
sul Western Blotting o tecniche di separazione immunomagnetica (Lamprell,
2003; Pimbley e Patel, 1998).
I limiti di sensibilità dei metodi immunochimici sono generalmente
compresi tra 1 e 2 ng di tossina/g di alimento. A questi metodi è
riconosciuta generalmente una buona specificità, anche se è
stata riconosciuta talvolta la presenza di agglutinazioni non specifiche
(Lamprell, 2003; Park et at., 1994).
La linea di ricerca SIFORTI, proprio quindi per fornire informazioni
originali ed aggiornate relativamente alle pratiche casearie oggi in uso,
si è posta l’obiettivo di dimostrare in vitro ed in vivo che
le pratiche produttive normalmente in uso per l’ottenimento dei
formaggi Grana Padano e Pecorino Romano, codificate anche dai disciplinari
di produzione ed oggetto della tutela europea data dalla Denominazione
di Origine Protetta (DOP) ai sensi del Regolamento CE 2081/92, ne assicurano
la sicurezza.
Per dimostrare questo sono stati seguiti due percorsi principali:
- l’analisi di formaggi pronti per il consumo;
- la verifica sperimentale che tale sicurezza si avesse
anche qualora batteri patogeni fossero presenti nel latte crudo in numero
maggiore di quanto descritto dalla letteratura sulla possibile presenza
di Salmonella spp., Listeria monocytogenes,
Staphylococcus aureus enterotossinogeno, Escherichia coli
O157:H7 nel latte.
La combinazione di ricerche eseguite sia
in vitro che
in
vivo è stata prevista per poter estendere i
risultati anche ad altri formaggi aventi caratteristiche di processo e
prodotto analoghe.
Questa dimostrazione, come detto, è necessaria al
fine di realizzare la libera circolazione dei formaggi italiani a lunga
stagionatura ottenuti con latte crudo o comunque non pastorizzato sui
mercati internazionali.
SIFORTI vuole fornire un adeguato supporto tecnico-scientifico alle
affermazioni, indiscusse in Italia ed anche in buona parte d’Europa, che
rivendicano la sicurezza intrinseca di questi formaggi proprio sulla base
di specifiche fasi produttive.
2- Obiettivi scientifici previsti e raggiunti
Gli obiettivi generali di SIFORTI, conformemente a quanto detto in
introduzione, possono quindi essere raggruppati in 4 gruppi:
- Caratterizzazione microbiologica e chimico-fisica di Grana Padano
e Pecorino Romano commerciali maturi pronti per il consumo: valutazione
della presenza di flora patogena e di caratteristiche chimico-fisiche dei
formaggi (umidità, Aw, pH, NaCl, glucidi, fosfatasi) che potessero
essere in relazione con l’eventuale presenza di patogeni e quindi
dare informazioni utili a spiegarne la sopravvivenza
- Messa a punto o ottimizzazione di metodi di analisi dedicati all’ottenimento
dei risultati previsti
- Studio in vitro delle cinetiche di crescita, mortalità
e stress di Salmonella spp., Listeria monocytogenes,
Staphylococcus aureus enterotossinogeno, Escherichia
coli O157:H7 durante le varie fasi della produzione di questi formaggi,
compreso l’affioramento della crema, e verifica dell’influenza del latte
crudo fresco sulla capacità di contenere la crescita dei patogeni
nel latte.
- Studio in vivo delle cinetiche di crescita, mortalità e
stress batterico durante la caseificazione e la stagionatura di Grana Padano
e Pecorino Romano ottenuti con latte inoculato in caldaia con dosi elevate
(> 106 ufc/ml) di Salmonella spp., Listeria monocytogenes
, Staphylococcus aureus enterotossinogeno, Escherichia coli
O157:H7.
Caratterizzazione microbiologica e chimico-fisica
di Grana Padano e Pecorino Romano commerciali maturi
La ricerca di
Salmonella spp.,
Listeria monocytogenes
,
Staphylococcus aureus enterotossinogeno,
Escherichia coli
O157:H7 in oltre 200 campioni di Grana Padano ed in 100 campioni di
Pecorino Romano, prodotti secondo i rispettivi disciplinari di produzione
e campionati dai rispettivi consorzi di tutela hanno confermato l’assenza
dei citati pericoli di natura microbiologica. La ricerca di altre microflore
associabili ad altri pericoli microbiologici, quali i clostridi solfito
riduttori nel Grana Padano e
Bacillus cereus nel Pecorino Romano,
ricerca non prevista dal Progetto ma effettuata vista la disponibilità
di un grande numero di campioni, ha confermato l’assenza anche di questi
pericoli.
E’ stata inoltre determinata, con metodi immunologici convenzionali,
l’assenza di enterotossina stafilococcica in tutti i campioni analizzati.
Le analisi chimico-fisiche hanno confermato la rispondenza dei prodotti
ai requisiti normalmente associati a Grana Padano e Pecorino Romano. L’analisi
stratigrafica dell’attività fosfatasica ha confermato inoltre che
il Grana Padano è stato prodotto con latte crudo ed il Pecorino
Romano con latte termizzato.
Messa a punto o ottimizzazione di metodi di analisi
dedicati all’ottenimento dei risultati previsti
La ricerca delle cellule batteriche stressate dalle condizioni del
processo di caseificazione e di quelle morte è stata oggetto di
messa a punto di diverse ipotesi di protocolli di analisi che hanno portato
infine alla scelta di due protocolli utilizzati quindi per studiare le
dinamiche di popolazione nel corso delle prove sperimentali.
Le cellule stressate dei batteri patogeni, o almeno parte di esse,
sono state rese coltivabili da un protocollo di riparazione dello stress
cellulare basato sulla tecnica del doppio strato, deponendo sul terreno
selettivo uno strato di terreno colturale non selettivo.
La conta delle cellule totali è stata determinata ricercando
nelle medesime diluizioni decimali dei campioni utilizzate per le conte
in piastra la presenza delle singole specie batteriche oggetto del progetto
con la tecnica della Polymerase Chain Reaction (PCR) specie specifica. Sulla
base quindi della diluizione decimale in cui si è avuta amplificazione
del DNA è stato stimato il numero totale delle cellule.
Il numero delle cellule morte per ciascuna specie batterica è
stato quindi ipotizzato calcolando la differenza tra il numero delle cellule
totali date dalla analisi PCR effettuata sulle diluizioni ed il numero
delle cellule vive (vitali e stressate) ricavato dalle conte in piastra
eseguite con il protocollo di riparazione.
La ricerca delle enterotossine stafilococciche, in particolare A e
B (SEA, SEB), ha portato allo sviluppo di due metodi differenti.
Le due metodiche, partendo da un punto comune identificabile nella separazione
delle caseine dal latte o dalla sospensione di formaggio per addizione
di acido acetico/acetato e nell’identificazione della presenza di
tossina nella frazione sierosa, hanno quindi seguito percorsi specifici.
Il primo ha concentrato la frazione sierosa per ultrafiltrazione e
quindi, dopo ulteriore concentrazione della tossina per reazione con anticorpi
specifici bloccati su particelle magnetiche (dynabeads) ha proceduto al
riconoscimento di SEA e SEB con spettrometria di massa MALDI: la sensibilità
di riconoscimento è stata di 2,8 ng tossina /g di campione.
I risultati del metodo “dynabeads-MALDI” sono quindi stati confrontati
con quelli derivanti dall’uso del metodo di agglutinazione antigene-anticorpo
passiva inversa su lattice con il kit commerciale (SET- RPLA).
Il secondo metodo invece ha previsto la concentrazione della sola SEB
dalla frazione sierosa mediante precipitazione con acido tricloroacetico
al 3% ed ha sottoposto il precipitato a cromatografia di affinità
su colonna in cui era legato l’anticorpo specifico per SEB: l’eluato di lavaggio
della colonna di affinità (IAC), dopo concentrazione per ultrafiltrazione,
è stato quindi analizzato per HPLC ed i picchi corrispondenti ai
tempi di ritenzione della SEB standard sono stati raccolti e analizzati
con spettrometria di massa mediante analisi tandem ESI/MS. Il limite di
sensibilità della metodica è stato di 20 ng/g di campione.
I risultati del metodo “IAC-ESI/MS” sono stati parzialmente confrontati
con quelli derivanti da prove preliminari con metodi di immunoprecipitazione
accoppiata ad elettroforesi alcalina in presenza di SDS seguita da Western
Blotting.
E’ stato inoltre messo a punto, sempre con tecnica IAC accoppiata a
spettrometria ESI-MS, un metodo per la ricerca ed il dosaggio di Verocitotossina
1 prodotta da E. coli O157:H7 in latte e formaggio. Il limite di sensibilità
del metodo è stato di 0,1 ppm. Il metodo non è stato confrontato
con quello RPLA in quanto il sistema RPLA, in questo caso, è applicabile,
secondo le indicazioni della ditta produttrice, solamente alle brodocolture.
Studio in vitro delle cinetiche di crescita,
mortalità e stress di
Salmonella spp., Listeria monocytogenes, Staphylococcus
aureus enterotossinogeno, Escherichia coli O157:H7 durante
le varie fasi della produzione di questi formaggi, compreso l’affioramento
della crema,
e verifica dell’influenza del latte crudo fresco sulla capacità
di contenere la crescita dei patogeni nel latte
Il periodo di stoccaggio del latte e l'affioramento della crema durante
la sosta del latte in bacinella precedente la lavorazione del latte per
la sua trasformazione in Grana Padano sono fasi in cui le dinamiche di crescita
della popolazione microbica sono soggette ad effetti contrastanti, quali
quello rappresentato dalla possibilità di crescita in funzione della
temperatura e del tempo a disposizione, e quello rappresentato dall'agglutinazione
dei microrganismi alla membrana dei globuli di grasso (debatterizzazione
del latte parzialmente scremato – contaminazione della crema).
I risultati ottenuti hanno evidenziato che i batteri patogeni, quando
aggiunti a latte crudo magro poi mantenuto nelle condizioni estreme di temperatura
previste dal regolamento di produzione del Grana Padano per l'affioramento
della crema (8°-20°C), non crescono a 8°C e solo limitatamente
a 20°C dopo una permanenza di 16 ore: in particolare per gli enterobatteri
(
Salmonella spp. e
E. coli O157:H7) si è avuta
la crescita relativamente maggiore.
Nel caso di contaminazione di latte crudo intero lasciato per 16 ore
ad affiorare naturalmente, la crescita dei ceppi patogeni nel latte parzialmente
scremato si è avuta solo a temperature ≥ a 20°C. In particolari
condizioni di abuso di temperatura rispetto alle pratiche produttive del
Grana Padano (tra 20° e 25°C), l'incremento di carica dei patogeni
nel latte parzialmente scremato rispetto al livello di contaminazione iniziale
del latte intero (circa 104 ufc/ml) è stato di 1-2 ordini di grandezza.
Nella crema, anche per effetto di concentrazione, le cariche sono risultate
ancora più elevate raggiungendo valori ≥ a 107 ufc/ml. E’ da sottolineare
che per
S. aureus, con una contaminazione iniziale di circa 104
ufc/ml nel latte prima dell’affioramento, quindi superiore al limite massimo
di 2x103 ufc/ml ammesso come valore di M dal DPR 54/1997 per il latte crudo,
la crescita e la concentrazione nella crema anche oltre 107 ufc/ml hanno
portato alla formazione di enterotossine stafilococciche A, B e
C. Questo fattore, considerando la termostabilità delle tossine,
deve essere considerato per le sue possibili ricadute nella produzione
del burro. La produzione di enterotossina nel latte parzialmente scremato
non è stata rilevata usando il kit commerciale basato sul metodo
di agglutinazione inversa SET- RPLA.
Il periodo di stoccaggio non refrigerato del latte alla stalla, aggiunto
a quello di sosta del latte nelle bacinelle per consentire l'affioramento
del grasso, potrebbe quindi rappresentare anche un fattore di potenziale
rischio igienico, ma solo qualora accadessero abusi di temperatura oltre
i 20°C per tutta la durata dell'affioramento. In queste condizioni
di temperatura più elevata, favorevoli quindi alla crescita dei
batteri patogeni eventualmente presenti, deve tuttavia essere considerato
anche un effetto “protettivo” maggiore dato dal concomitante sviluppo della
microflora naturale del latte crudo che può limitare la crescita
dei patogeni.
La produzione del Grana Padano e del Pecorino Romano prevede trattamenti
di cottura della cagliata a temperature comprese rispettivamente tra 53
e 56°C e 45 e 48°C.
Per verificare l’effetto di differenti coppie tempo-temperatura (44°-56°C
da 30 a 300 min) sulla sopravvivenza dei batteri patogeni sono stati sviluppati
sistemi modello in cui i batteri sono stati posti in substrati con differente
composizione (latte, caseinato + lattosio, cagliata) in presenza o meno
di batteri lattici acidificanti.
I risultati di questa parte della ricerca hanno evidenziato che le
diverse temperature di cottura della cagliata condizionano la sopravvivenza
di microrganismi patogeni che potrebbero aver contaminato il latte crudo.
Tuttavia, nonostante la cottura della cagliata ad elevata temperatura
svolga un ruolo fondamentale nel limitare la sopravvivenza, il solo calore
fornito durante la cottura non sarebbe sufficiente per garantire la sicurezza
del Pecorino Romano, la cui cagliata è cotta a max 48°C o quella
della totalità della forma del Grana Padano. Infatti confidando solo
nel calore, per ridurre di 5 log il numero dei patogeni occorrerebbe usare
temperature di cottura particolarmente elevate (come i 56°C, raggiunti
per produzioni come il Grana) e mantenerle per almeno 3 ore. Soste più
brevi alla temperatura indicata o temperature di cottura uguali o inferiori
a 52°C non sono infatti risultate di per sé sufficienti ad eliminare
completamente le elevate cariche di patogeni aggiunti e quindi ad essere
considerate garanzia di sicurezza, anche se sono comunque punti di riduzione
o quantomeno di controllo del rischio. Nonostante la cottura della cagliata
del Grana sia realizzata a 53-56°C, le parti più esterne della
forma del Grana Padano, una volta estratta dal siero, infatti
si raffreddano rapidamente e la temperatura scende sotto i 52°C ben prima
che siano trascorse le 3 ore indicate. La velocità di raffreddamento
dipende a sua volta dalla definizione di “parti più esterne”: se si
considera la superficie questa avrà una velocità di raffreddamento
molto più rapida rispetto a quella di uno strato superficiale considerato
avere una profondità di 2-3 cm. I dati di sopravvivenza dei batteri
patogeni riferiti a modelli che vogliono considerare una “stratigrafia”
della forma sono quindi inevitabilmente influenzati dalla scelta di cosa
si intende per parte esterna. In ogni caso, se non intervenissero altri
fattori a sommarsi al calore, come per altro intervengono, la zona esterna
del Grana Padano, così come tutta la forma del Pecorino Romano, potrebbe
essere a rischio.
Gli altri fattori sono in prima istanza la rapida acidificazione della
cagliata che potenzia l’efficienza di riduzione della carica microbica
dovuta al trattamento termico di cottura della cagliata. La sinergia tra
calore e diminuzione di pH, verificata ripetendo le stesse prove di mantenimento
della cagliata a temperature differenziate per tempi diversi in presenza
di colture di batteri lattici termofili acidificanti, ha determinato quindi
un significativo abbattimento dei patogeni non solo a 56°C, ma anche
a 52°C ed una loro parziale riduzione a 48°C, riduzione
non rilevata quando i medesimi patogeni erano stati sottoposti al solo
effetto della temperatura. Infine, anche se non è stata osservata
riduzione di carica, in presenza di acidificazione del mezzo, è
stata tuttavia dimostrata un’inibizione dello sviluppo anche a 44°C,
temperatura altrimenti favorevole alla crescita degli enterobatteri.
Studio in vivo delle cinetiche di crescita,
mortalità e stress batterico durante la caseificazione e la stagionatura
di Grana Padano e Pecorino Romano ottenuti con latte inoculato in caldaia
con dosi elevate (> 106 ufc/ml) di Salmonella spp.,
Listeria monocytogenes, Staphylococcus aureus enterotossinogeno,
Escherichia coli O157:H7.
Sono state realizzate 15 caseificazioni a Grana Padano DOP con
addizione di
Salmonella spp.,
Listeria monocytogenes,
Staphylococcus aureus enterotossinogeno,
Escherichia coli
O157:H7 al latte in caldaia e 4 lavorazioni controllo. Le cellule sono
state separate per centrifugazione dal brodo colturale e, dopo lavaggio
con soluzione fisiologica e risospensione nella medesima, sono state aggiunte
al latte in numero superiore a 106 ufc/ml.
Nessuno dei patogeni testati è risultato in grado di sopravvivere
durante le fasi della produzione di Grana Padano DOP. E’ stata osservata
solo una lievissima crescita, valutabile al massimo in 2-3 duplicazioni
nel caso di
L. monocytogenes o di
S. aureus, durante il periodo
necessario per le fasi di riscaldamento e coagulazione del latte,
periodo durante il quale le cellule non sono sottoposte a stress. Questa
lieve crescita per altro è testimone della vitalità delle
colture dei patogeni e quindi della positività dei risultati.
I formaggi Grana Padano oggetto della sperimentazione sono stati ottenuti
secondo le prescrizioni del disciplinare produttivo, usando una tecnologia
con cottura della cagliata a 53°C, quindi inferiore al valore massimo
di 56°C utilizzabile per la cottura, ma coerente con la stagione estiva
in cui sono state realizzate le prove che, causa la maggior temperatura
ambientale, riduce la velocità di dissipazione del calore dalla
forma e quindi il suo raffreddamento. In tal modo il carico termico cui
sono state sottoposte le forme con i patogeni può essere considerato
coerente con i valori medi di caseificazione.
Già prima della salatura, quindi dopo sole 24 ore dall’inoculo,
non è più stata trovata traccia di alcuno dei patogeni aggiunti,
che non sono risultati in grado di essere coltivati nemmeno usando le
tecniche classiche dell’arricchimento selettivo.
La conformità dei Grana Padano sperimentali ai requisiti di
prodotto caratteristici è stata verificata mediante analisi dei
parametri compositivi del formaggio (residuo secco, NaCl, A
w
, zuccheri residui, acido lattico e pH) ritenuti importanti per descrivere
la correttezza della caseificazione e della fermentazione: i risultati di
tali controlli hanno accertato l’assenza di zuccheri dopo 24 h dalla produzione,
e corretti livelli di residuo secco, NaCl ed acido lattico nel prodotto.
L’assenza quindi di batteri patogeni non sporigeni anche nei formaggi
sperimentali conferma e rafforza quanto già osservato nel primo
anno della ricerca allorché i medesimi patogeni erano stati ricercati,
e non trovati, in oltre 200 campioni di Grana Padano prelevati dal commercio:
è stato quindi dissolto il dubbio che il risultato negativo di allora
potesse essere stato tale solo perchè il latte utilizzato per produrre
quei formaggi poteva non essere stato contaminato da patogeni, come per
altro normalmente accade.
La ricerca di enterotossine stafilococciche nei formaggi sperimentali
è risultata negativa sia usando metodi immunologici con il sistema
RPLA sia il metodo innovativo che ha accoppiato l’uso di particelle magnetiche
con anticorpo specifico per SEB al riconoscimento della enterotossina con
spettrometria di massa MALDI. Un dato contrastante è invece stato
ottenuto con l’applicazione dell’altro metodo di ricerca della SEB, basato
sulla cromatografia di affinità (IAC) e riconoscimento della tossina
per spettrometria di massa ESI-MS. Tale ricerca avrebbe infatti identificato
la presenza di SEB in quantità di 0,1-0,2 ppm già nel latte
in caldaia, quantità destinata a diminuire (<0,02-0,08 ppm) nel
corso della stagionatura del formaggio. Il dato, considerata la natura di
proteina esocellulare delle enterotossine stafilococciche ed il fatto
che essendo state addizionate al latte cellule lavate e non le brodocolture,
porterebbe ad escludere un trascinamento significativo di tossina preformata
e richiede quindi conferme in quanto rischia di apparire come un “falso positivo”.
I dati relativi alla dinamiche di crescita di
S. aureus aggiunto
al latte nelle caseificazioni a Grana Padano hanno infatti evidenziato solo
una minima crescita (da 3x106 a 1x107 ufc/ml) nel periodo tra l’addizione
delle cellule al latte e l’inizio della cottura. Il periodo in cui è
descritta la massima produzione di SEB è quello compreso tra la fine
della fase logaritmica di crescita e l’inizio della fase stazionaria (Lamprell,
2003; Le Loir et al., 2003): anche ipotizzando che la coltura al momento dell’addizione
al latte fosse in questa fase della crescita, il tempo a disposizione
prima dell’intervento del calore (< 40 min) appare troppo breve
per consentire una produzione significativa di SEB, quale quella misurata.
In formaggio Montasio, sperimentalmente inoculato con
S. aureus
ed in cui è stata verificata la crescita fino a valori di 107 ufc/g
durante la stagionatura non era stata ritrovata enterotossina A (Stecchini
et al., 1991). I dati presentati, nell’ordine di 20-200 ng/g, risultano
difformi per eccesso dai dati relativi alla possibile presenza di enterotossine
stafilococciche in formaggi sperimentalmente inoculati con 106 ufc
S.
aureus/ml, dove era stata rilevata la presenza di enterotossine, ma a
livelli compresi tra 3,2 ed 1,0 ng/g di formaggio (Meyrand et al., 1998).
I dati presentati si avvicinano invece come ordine di grandezza a quelli
riportati da Todd et al. (1981) che hanno ricercato SEB in formaggi tipo svizzero,
prodotti in USA, il cui consumo aveva portato a casi di intossicazione. L’analisi
dei campioni positivi aveva portato infatti alla quantificazione della presenza
di SEB in misura variabile tra 0,15 e 7,98 _g/100 g formaggio, ovvero
tra 1,50 e 79,8 ng/g.
La ricerca di SEB in 20 campioni commerciali di Grana Padano con l’uso
della tecnica IAC accoppiata a spettrometria ESI-MS ha comunque sempre
dato esito negativo.
Sempre con tecnica IAC accoppiata a spettrometria ESI-MS è stata
ricercata nei campioni sperimentali di cagliata e di formaggio Grana Padano
in stagionatura la Verocitotossina 1 prodotta da E. coli O157:H7 e non è
stata ritrovata.
Il caso del Pecorino Romano
Il Pecorino Romano, a differenza del Grana Padano che è ottenuto
esclusivamente da latte crudo, può essere prodotto sia usando latte
termizzato che latte crudo, anche se questa seconda pratica è in
disuso: sono state tuttavia verificate entrambe le ipotesi produttive, sia
usando colture pure delle quattro singole specie batteriche per ogni caseificazione,
sia usando le 4 colture in associazione.
Salmonella spp.,
Listeria monocytogenes ed
Escherichia
coli O157:H7, presenti nel latte in caldaia in numero superiore a
106 ufc/ml per addizione volontaria a fini sperimentali, non sono stati
in grado di sopravvivere durante le fasi della produzione di Pecorino Romano
DOP ottenuto da latte crudo. Durante e limitatamente alle fasi di lavorazione
in caldaia, ove la cottura della cagliata è stata realizzata
a 45°C, si è avuta tuttavia talvolta sopravvivenza o crescita
dei batteri patogeni inoculati nel latte.
L’assenza di patogeni coltivabili nelle condizioni colturali standard
e di patogeni “stressati”, verificata anche con le tecniche di riparazione
delle cellule stressate messe a punto per il progetto, è stata
dimostrata già al termine della fase di salatura, e quindi ben prima
della completa maturazione del formaggio, e conferma la capacità intrinseca
al processo tradizionale di ottenimento del Pecorino Romano di creare condizioni
predisponenti la mortalità dei batteri patogeni.
Il comportamento di
S. aureus rispetto agli altri 3 patogeni
testati è stato tuttavia diverso e quindi da segnalare: mentre infatti
nei formaggi prodotti con inoculo di
L. monocytogenes o enterobatteri
dopo 90 o 150 giorni di stagionatura non solo le conte hanno mostrato assenza,
ma anche l’analisi PCR non ha fornito più amplificazione del DNA
batterico, suggerendone quindi la progressiva denaturazione, nel caso dei
Pecorino Romano a latte crudo ottenuti inoculando
S. aureus, a fianco
delle cellule vive e vitali o comunque stressate coltivabili (10
3
ufc/g), l’analisi PCR ha continuato a riconoscere DNA amplificabile,
corrispondente ad una quantità di cellule totali (morte più
vitali più stressate) pari a 105 ufc/g, tracciando e confermando
quindi una più lunga permanenza del microrganismo nel formaggio.
I risultati delle prove di caseificazione a Pecorino Romano con latte
termizzato non solo hanno confermato quelli precedenti riferiti a
Salmonella
spp.,
Listeria monocytogenes ed
Escherichia coli
O157:H7, ma hanno evidenziato anche la scomparsa di
S. aureus.
Il latte è stato inoculato con i citati patogeni, sempre a livello
di 106 ufc/ml, e dopo essere stato sottoposto a termizzazione a 65°C,
seguendo la pratica comune alle produzioni odierne di Pecorino Romano, ha
manifestato una immediata riduzione di carica di circa 3 log, uniforme
per tutte le 4 specie, cui è seguita la scomparsa delle forme vitali
già dopo 24 ore dalla produzione: eccezione, questa volta molto
parziale, è stata ancora rappresentata da
S. aureus che dopo
24 ore ha presentato una carica residua di 10-20 ufc/g, carica non più
ritrovata dopo 90 giorni di stagionatura alla fine del periodo di salatura.
Le specifiche modalità di salatura del formaggio, unitamente
alla stagionatura prolungata per almeno 5 mesi ed alla termizzazione del
latte, sono gli elementi che contribuiscono insieme a determinare la sicurezza
del Pecorino Romano, anche qualora batteri patogeni risultassero presenti
in numero elevato nel latte.
Le condizioni sperimentali adottate hanno portato ad ottenere concentrazioni
di NaCl nella norma degli standard produttivi, se non leggermente inferiori:
questo fattore, unitamente al fatto che è stata scelta la temperatura
di cottura di 45°C e condizioni blande di termizzazione (65°C)
rispetto alle condizioni massime previste dal disciplinare (48°C e
68°C rispettivamente), rende ancor più significativo il dato
sulla mortalità dei patogeni conseguente alle pratiche produttive
e quindi la dimostrazione della sicurezza intrinseca del prodotto data dal
processo tradizionale.
La ricerca delle tossine stafilococciche nel Pecorino Romano ha dato
risultati di fatto equivalenti a quelli prima illustrati a proposito del
Grana, con la differenza che in questo caso la negatività
con il sistema SET-RPLA è stata confermata da due diversi laboratori.
La ricerca di SEB in 10 campioni commerciali di Pecorino Romano con
l’uso della tecnica IAC accoppiata a spettrometria ESI-MS ha comunque sempre
dato esito negativo.
Sempre con tecnica IAC accoppiata a spettrometria ESI-MS è stata
ricercata nei campioni sperimentali di latte, cagliata e Pecorino Romano
in stagionatura la Verocitotossina 1 prodotta da
E. coli O157:H7.
La tossina sarebbe stata ritrovata in latte ed in cagliata fino a 24
ore in misura di 0,1-0,4 ppm e non più ritrovata (<0,1 ppm) nel
formaggio in maturazione. Analogamente a quanto prima commentato per SEB per
il Grana Padano, le modalità di esecuzione della sperimentazione (uso
di cellule lavate per l’inoculo anziché di brodocolture, crescita limitata
del ceppo nelle prime ore prima della sua disattivazione verificata nel campione
di cagliata di 24 ore) e le quantità ritrovate di tossina richiedono
la conferma del dato.
Conclusioni
I risultati ottenuti dimostrano la sicurezza alimentare di Grana
Padano e Pecorino Romano DOP prodotti secondo le pratiche previste dai
rispettivi disciplinari anche qualora nel latte usato per il loro ottenimento
fossero presenti batteri patogeni (
Salmonella spp.,
Listeria
monocytogenes ,
Escherichia coli O157:H7,
Staphylococcus
aureus enterotossinogeno) in numero (>106 ufc/ml) largamente superiore
a quanto finora mai verificato e potenzialmente raggiungibile solo in
caso di grave mancato rispetto delle condizioni di lavorazione previste
dal disciplinare, e quindi condizione di per sé già sufficiente
a far venir meno la marchiatura del prodotto e soprattutto intervenire i
meccanismi di controllo ed autocontrollo.
Le ragioni della mortalità dei batteri patogeni non sporigeni
eventualmente presenti nel latte crudo durante le fasi produttive
sono tuttavia specifiche per ciascuna tipologia di formaggio: principalmente
il ciclo termico di produzione combinato con la rapida acidificazione della
cagliata nel caso del Grana Padano e l’effetto combinato
della semicottura della cagliata con le pratiche di salatura e stagionatura,
amplificato dall’uso della termizzazione del latte, nel caso del Pecorino
Romano.
La dimostrata sicurezza anche del Pecorino Romano dimostra quanto sia
necessario comprendere l’insieme dei fattori specifici di ogni produzione
casearia e quanto possa essere limitante usare solo i criteri prudenziali
stabiliti da FSANZ.
SIFORTI ha presentato un punto molto controverso rispetto alla possibile
presenza di enterotossine stafilococciche e di verocitotossina 1 da
E.coli O157:H7 nei campioni sperimentali. Mentre il metodo innovativo
di concentrazione della tossina per reazione con anticorpi specifici bloccati
su particelle magnetiche accoppiato al riconoscimento con spettrometria
di massa MALDI ha confermato i dati negativi derivanti dall’uso del
diffuso e convalidato sistema RPLA, l’uso di un secondo metodo innovativo
che ha accoppiato cromatografia di affinità e spettrometria ESI-MS
ha indicato presenza di tossine batteriche nei campioni sperimentali.
I dati a sostegno della presenza di tossine in quantità ben superiori
ai limiti di rilevabilità dei metodi immunologici, che come detto
hanno dato invece esito negativo, richiedono innanzitutto una conferma
analitica inequivoca. L’evidenziazione di tossine durante l’ottenimento
di Grana Padano e Pecorino Romano sperimentali con inoculo di batteri
tossinogeni, in ogni caso dice che tale presenza non è correlabile
ad una formazione di tossine durante la produzione del formaggio, in quanto
essa è risultata massima già nel latte inoculato con i patogeni:
la quantità di tossina quindi è diminuita nel formaggio, già
a partire dalla formazione della cagliata, fino a non essere più rilevabile.
Questo ritrovamento di tossina nei campioni sperimentali, qualora dimostrato,
avrebbe quindi il significato di confermare quanto già affermato
dalla letteratura e dalle normative sanitarie in atto: è fondamentale
e necessario controllare la “storia” del latte (temperature e tempi di stoccaggio)
dal momento della sua produzione alla trasformazione, perchè qualora
S. aureus in seguito ad una forte contaminazione crescesse oltre
10
6 ufc/ml potrebbe produrre enterotossine e queste, grazie alla
loro termostabilità, potrebbero essere veicolate nel formaggio.
Si deve ribadire inoltre che la metodica IAC accoppiata a spettrometria
ESI-MS che ha rilevato tossine batteriche nei campioni sperimentali, non
ha rilevato tossine nei campioni commerciali.
Le ragioni della sicurezza di Grana Padano e Pecorino Romano sono quindi
il risultato ottimale della sommatoria di una serie di pratiche tradizionali,
tutelate e controllate dal sistema della DOP, eseguite non tanto al fine
di garantire la sicurezza del formaggio e quindi come tali potenzialmente
interpretabili come un obbligo evadibile perchè inutile o dannoso
per la qualità del formaggio, ma finalizzate proprio a garantire
la qualità dei formaggi.
Si ribalta quindi nel caso dei formaggi a pasta cotta a lunga
stagionatura ottenuti da latte crudo l’assioma che non ci può essere
qualità senza sicurezza, perché è la ricerca della qualità
attraverso il mantenimento di pratiche tradizionali che ne garantisce anche
la sicurezza.
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Risultati Finali linea GEFORPASTA
1- Stato dell'arte scientifico e
applicativo
Le tecnologie di conservazione del latte per essiccamento e di frazionamento
nei suoi componenti hanno sviluppato una gamma di prodotti anidri (caseinati,
caseine, proteine concentrate del latte, sieroproteine) con proprietà
funzionali e nutrizionali che trovano largo impiego nel settore lattiero
caseario ed in quello alimentare.
L’uso di tali prodotti nel settore lattiero caseario è finalizzato
principalmente alla sostituzione di parte del latte liquido o alla standardizzazione
della composizione del latte per ragioni tecnologiche e di identità
di prodotto. L’uso di ognuno di questi prodotti anidri è regolato
da specifiche normative europee e nazionali.
L’uso di caseine e caseinati è vietato in Europa dal Regolamento
CE 2921/1990, in quanto la produzione di caseine e caseinati gode di
un aiuto comunitario che è concesso proprio per sottrarre aliquote
di latte magro dal mercato lattiero-caseario, contribuendo quindi a governarne
i prezzi.
Alla fine degli anni 1990, grazie allo sviluppo dell’innovazione
tecnologica, è cresciuta la disponibilità di proteine concentrate
del latte (PCL) e la loro diffusione sul mercato. Tale prodotto non gode
di sostegno economico comunitario e quindi in Europa non esistono limitazioni
al suo impiego nel settore caseario.
L’utilizzo di PCL in Italia gode invece di una situazione normativa
“contrastata”: nell’assenza di precisi indirizzi in Gazzetta Ufficiale,
il Ministero delle Politiche Agricole, da cui dipende l’Ufficio per la
Repressione delle Frodi, sostiene una posizione contraria all’utilizzo
di PCL , in contrasto di fatto con il Ministero della Salute, che invece
le considera lecite, in quanto ammesse di fatto dal DPR 54/1997 limitatamente
alla fabbricazione dei “prodotti a base di latte”, e quindi non per
la produzione di latte alimentare (Mucchetti, 2003).
Le due tecniche principalmente utilizzate per ottenere le PCL sono
la coprecipitazione delle caseine con le sieroproteine e l’ultrafiltrazione
(Bylund, 1995). Le PCL risultano quindi diverse sia per il metodo di
produzione, sia per la composizione centesimale che nel caso del prodotto
ottenuto per UF presenta un’ampia gamma di tenore in proteine (dal 40 al
90%) e quindi di lattosio. Tale variabilità è determinata
dall’intensità del trattamento di diafiltrazione o di lavaggio del
concentrato applicato che determina, a sua volta, la percentuale dei componenti
solubili non proteici, in particolare il lattosio: l’incremento del tenore
in proteine dal 75 all’80% fa scendere il contenuto di lattosio da circa
11% a 5,5%, e l’ulteriore proseguimento della diafiltrazione, mentre fa
aumentare il tenore proteico anche oltre il 90%, riduce a tracce quello
del lattosio.
Il divieto comunitario all’uso di caseine e caseinati nei formaggi
ha reso necessario la ricerca di metodi di analisi atti ad identificarne
l’uso: il progetto di ricerca SMT Project CT 97-2208
“Determination
of added casein/caseinate in cheese and processed cheeses”, concluso
nel 2000, ha valutato differenti approcci analitici fra cui lo studio
della variazione dei rapporti tra caseina e sieroproteine, la determinazione
della presenza di k-caseina intera (e non quindi di para k-caseina), l’applicazione
di tecniche NMR e lo studio di marcatori molecolari quali la lisinoalanina
(LAL). LAL è sempre risultata presente in caseine e caseinati commerciali
in quantità variabili legate alle tecnologie di produzione ed all’accoppiata
tra pH del derivato ed intensità del trattamento termico. La determinazione
di LAL è risultata, fra quelli testati, uno dei metodi più
promettenti ed efficaci (Frati, 1999).
L’eventuale divieto d’uso di PCL in Italia richiederebbe quindi,
a sua volta, la messa a punto di metodi di analisi atti a verificarne
l’uso.
Non solo, poiché in Europa un prodotto è vietato e
l’altro lecito, occorrerebbe inoltre verificare che i marcatori utilizzati
siano specifici per riconoscere l’uso di caseinati o PCL.
I metodi usati per riconoscere la presenza in un formaggio di proteine
essiccate sono basati principalmente sulla ricerca di marcatori molecolari
indice di danno termico.
De Groot e Slump (1969) hanno dimostrato che severi trattamenti
termici e/o alcalini inducono l'interazione proteina-proteina, con formazione
di nuovi legami nella stessa catena proteica o in catene vicine, formando
composti naturalmente assenti negli alimenti come la lisinoalanina , la
lantionina e l'ornitinoalanina.
La formazione di questi nuovi aminoacidi è il prodotto di
una reazione di _-eliminazione con formazione di deidroalanina. La deidroalanina,
a sua volta, può reagire con NH3 per formare _-aminoalanina, con
l’_-NH2 della lisina formando la LAL, con il _-NH2 della ornitina formando
l'ornitinoalanina, con il gruppo imidazolico della istidina per formare
l’istidinoalanina, con il gruppo SH della cisteina formando la lantionina.
L’addizione di questi gruppi alla metildeidroalanina derivante dalla treonina
produce analoghi composti metilati.
Gli amminoacidi solforati, metionina e cisteina, e la cistina si
trasformano in deidroalanina, liberando nel mezzo solfuri. Quando le condizioni
del trattamento sono moderatamente alcaline la cistina rappresenta il
precursore preferenziale della Dha, mentre all’aumentare del pH cresce
l’importanza della serina nella sua formazione.
Per addizione di ammine e tioli si formano, quindi, ramificazioni
intra- e inter-catena (Dalgleish, & Hunt, 1995, Freimuth, et al.,
1974) con la formazione di strutture tridimensionali rigide non digeribili
dagli enzimi intestinali (Singh, & Latham, 1993).
La formazione di tali aminoacidi avviene anche nelle polveri ottenute
per co-precipitazione od ultrafiltrazione, così come in composti
di invecchiamento delle proteine che riducono digeribilità e
qualità nutrizionale delle proteine alimentari (Friedman, 1996).
Oltre a queste modificazioni, in presenza di lattosio e calore,
si possono avere fenomeni di glicosilazione delle proteine. Marvin et
al. (2002) e Scaloni et al. (2002) utilizzando la spettrometria di massa
ESI e MALDI hanno identificato vari siti di glicosilazione delle proteine
del latte a seguito di trattamenti termici. Ad esempio, la Lys-34 dell’_s1-CN
e la Lys-107 della _-CN sono stati identificati come gli amminoacidi più
esposti a tale glicosilazione a seguito di blandi trattamenti termici, mentre
molti altri residui di lisina risultano coinvolti quando sono applicati
trattamenti più severi. Si osserva, inoltre, la formazione di aggregati
macromolecolari, con cambiamenti nella struttura secondaria, accumulo di
carbonili sulla caseina e degradazione e trasformazione degli zuccheri legati
alle proteine del latte (French et al., 2002, Kleyn and Klostermeyer,
1980, Leclerc e Calmettes, 1997, Pellegrino et al.., 1999, Siciliano et al.,2000).
La furosina, amminoacido glicosilato usato come marcatore del trattamento
termico del latte a temperatura elevata e come marcatore dell’impiego
di latte in polvere nella produzione di paste filate fresche italiane (Resmini
et al. 1990), può quindi risultare un marcatore poco utile nel caso
di eliminazione di lattosio prima della essiccazione, come avviene nel
caso della produzione di caseine e caseinati, mentre potrebbe risultare
utile per identificare la presenza di proteine lattosilate in formaggi ottenuti
con addizione di prodotti commerciali derivati dall’essiccamento di concentrati
proteici in cui è ancora presente una buona quantità di lattosio.
La diversa percentuale di lattosio, durante il processo produttivo
dei derivati anidri del latte, a causa degli inevitabili trattamenti termici
legati alla fase di essiccamento, fa sì infatti che si possano
formare in modo prioritario prodotti della reazione di Maillard (1912)
che saranno determinati come furosina oppure alcune nuove molecole dovute
a reazioni di cross-linking tra amminoacidi, quali ad esempio le
citate lisinoalanina, istidinoalanina ed ornitoalanina.
Infine è da considerare che, per rendere realmente effettiva
la possibilità di distinguere formaggi ottenuti con addizione di
caseinato da quelli ottenuti con PCL, occorrerebbe avere una definizione
condivisa a livello internazionale di cosa si intenda per PCL: tale
definizione, al momento mancante, assume una valenza particolare perché
da essa potrà dipendere l’idoneità dei marcatori ed il considerare
lecito o meno l’uso dei prodotti disponibili sul mercato.
Il recente Decreto Legislativo 181 del 23/6/2003 (GU 167 del 21/7/2003)
che aggiorna la legge 109/1992 sull’etichettatura dei prodotti alimentari
dice ad esempio che la designazione generica “proteine del latte” può
essere usata in sostituzione di definizioni più specifiche,
quali
“tutte le proteine del latte (caseine, caseinati, proteine del
siero di latte) e loro miscele” e quindi continua a non fare chiarezza
in questo campo.
I requisiti di composizione di caseine e caseinati indicati dal
Reg CE 2921/1990 possono aiutare a definire innanzitutto cosa non sia
considerabile “proteina concentrata del latte”, in quanto già
considerata caseinato: l’allegato III considera caseinati anche quei
derivati che oltre ad avere un tenore in proteine totali maggiore
dell’85% contengono
“più del 5% e fino ad un massimo del 17%
di proteine del latte diverse dalla caseina, precipitate simultaneamente
e calcolate sul tenore totale di proteine del latte”.
La differenziazione tra PCL derivanti da UF e co-precipitati e
quella tra co-precipitati vendibili come PCL e caseinati dell’Allegato
III, oppure ancora la possibilità di distinguere PCL ottenute direttamente
da latte da miscele di caseine e sieroproteine concentrate richiede approcci
analitici non solo qualitativi ma anche quantitativi sicuramente complessi.
Tale differenziazione diventa tuttavia fondamentale, se non si vuol
correre il rischio di far produrre caseinati con aiuto comunitario che
poi possono essere venduti come PCL a causa della mancanza di possibilità
di controlli efficaci e di metodi ufficiali che supportino le analisi di
revisione in caso di contenzioso (Mucchetti, 2003).
Più semplice appare il caso dei formaggi DOP ove qualsiasi
addizione di derivati anidri, anche a fini di standardizzazione, non
è ammessa sia perché non prevista dal disciplinare sia
perché, non esistendo in Italia stabilimenti di produzione
di PCL, il latte usato come materia prima non deriverebbe dal territorio
di produzione del formaggio.
In questo contesto GEFORPASTA si è posta lo scopo di ottimizzare
o mettere a punto nuovi metodi in grado di permettere di verificare l’addizione
di proteine essiccate del latte (caseine, caseinati e proteine concentrate
del latte) ai formaggi: in particolare si è scelto di testare i
formaggi a pasta filata, e nello specifico Mozzarella e Caciocavallo
Silano DOP, perché tali formaggi per la loro specifica tecnologia
meglio si prestano rispetto ad altri per l’inclusione nel prodotto di proteine
essiccate. Non solo, poiché i marcatori più probabili sono
da individuare tra le molecole derivanti dal trattamento termico di essiccazione,
le paste filate meglio si prestano rispetto ad altri per testare la
validità dei marcatori perché la loro produzione prevede una
fase supplementare di filatura a temperatura compresa tra 58 e 70°C
che può favorire la formazione di molecole indice di danno termico.
2- Obiettivi scientifici previsti e raggiunti
La linea di ricerca GEFORPASTA ha avuto l’obiettivo di cercare di dimostrare
l’avvenuta addizione di proteine essiccate del latte (caseine, caseinati
e proteine concentrate del latte) ai formaggi a pasta filata.
La complessa situazione del mercato dei prodotti anidri dei derivati
del latte complica profondamente il lavoro di ricerca volto ad identificare
analiti marcatori, anche perché, come detto, manca una definizione
condivisa a livello internazionale di PCL.
Il primo obiettivo di GEFORPASTA è stato quindi la semplificazione
e l’ottimizzazione del metodo di dosaggio di LAL con la tecnica
HPLC a rilevazione fluorimetrica ed il confronto tra laboratori sull’applicabilità
del metodo per verificarne la sensibilità e la riproducibilità.
A questo obiettivo sono stati affiancati lo studio di metodi alternativi
di determinazione di LAL, e la ricerca di altre molecole marcatrici (note
quali la furosina, o da individuare sulla base dello studio delle caratteristiche
di differenti polveri proteiche) che possano integrare/confermare il significato
della rilevazione dell’eventuale presenza di LAL nel formaggio o sostituirsi
alla LAL, quando il processo di produzione del derivato proteico essiccato
sia stato condotto in condizioni tali da non esaltare la formazione di
LAL , come nel caso della produzione della caseina acida.
A questi obiettivi di natura “analitica” si è affiancato
lo studio dell’effetto dell’addizione di proteine essiccate sulla resa
di caseificazione, allo scopo di dimostrare le motivazioni (tecnologiche
e/o commerciali) che possono essere alla base del loro utilizzo.
Semplificazione ed ottimizzazione del metodo di
dosaggio di LAL con la tecnica HPLC
Il metodo definitivo di analisi della presenza di LAL in campioni di
formaggio mediante HPLC è stato il risultato di una serie di modificazioni
della metodica rispetto a quella originalmente proposta da Pellegrino et
al (1996). Tale metodo modificato è stato valutato sia analizzando
campioni di Mozzarella e Caciocavallo Silano appositamente prodotti nel
corso del progetto ottenuti con addizioni differenti e note di caseina acida,
caseina presamica, caseinato di calcio e PCL sia attraverso analisi circolari
effettuate su campioni commerciali di paste filate prelevate dal commercio
e su campioni prodotti nel corso del progetto, ma di cui era ignota agli
analisti l’addizione o meno di proteine essiccate.
Il metodo ha riconosciuto in modo quantitativo l’addizione anche
di minime quantità di proteine essiccate. La sensibilità
di dosaggio di LAL è stata tale da riconoscere l’addizione di 0,06
kg di polvere di caseinato di calcio (avente un contenuto di circa 100 ppm
di LAL sulla proteina) a 100 kg di latte, equivalente a circa 2 ppm/100
g proteina (Tabella 1).
L’analisi dei formaggi controllo (Mozzarelle e Caciocavallo Silano),
ottenuti da latte sicuramente esente da polveri proteiche aggiunte, ha
confermato l’assenza di LAL: questo significa che nelle normali condizioni
di produzione di queste due tipologie di formaggio, caratterizzate dall’uso
di latte crudo o pastorizzato una sola volta, dall’assenza di impiego di
innesti o dall’uso di sieroinnesto naturale e dalla filatura della cagliata,
non si ha formazione di LAL.
Questa conclusione non significa tuttavia che in tutti i formaggi
debba essere assente LAL e non può quindi essere generalizzata: nel
corso del progetto ad esempio non sono stati analizzati formaggi ottenuti
mediante l’impiego di lattofermenti ottenuti con terreni colturali a
base di derivati anidri del latte che potrebbero contenere anche LAL
tra le molecole marcatrici di danno termico.
Non è possibile tuttavia eseguire una rappresentazione grafica
unica dei dati che metta in relazione la presenza di LAL con la quantità
di proteina essiccata aggiunta, in quanto le singole polveri commerciali
usate per la sperimentazione, hanno presentato grandi diversità
nel loro contenuto in LAL (da 60 a 800 ppm sulla proteina). Questa è
inoltre la ragione, per altro già nota, per cui non è possibile
quantificare la proteina aggiunta a partire dal dato di LAL, a meno che
non si conosca anche la proteina aggiunta (tipo, lotto etc).
I risultati dell’analisi circolare dei campioni a titolo noto di
polvere aggiunta eseguita da 4 laboratori differenti hanno tuttavia evidenziato
una forte variabilità nei valori assoluti, soprattutto nel caso
dei campioni di Caciocavallo Silano ottenuti con caseinato (Tabella 1).
Questa variabilità può essere meno importante se sarà
considerata indice di frode la sola dimostrazione qualitativa della presenza
di LAL: qualora il legislatore pensasse di fissare un valore soglia di
LAL diverso da zero, i possibili effetti della variabilità
dovranno essere considerati più a fondo.
Per verificare la riproducibilità del metodo quando chiamato
a riconoscere campioni “ignoti” sono stati organizzati due
test circolari. Nel primo sono stati inviati 9 campioni prodotti sperimentalmente
nel corso del progetto scelti fra quelli già analizzati, ma senza
dare in questo caso all’analista informazioni circa la natura del campione:
la ripetizione delle analisi non ha confermato esattamente il dato ed
è stata indicata da alcuni laboratori la presenza di 1-2 ppm di
LAL nei due campioni controllo ottenuti senza addizione alcuna di proteine
essiccate e di cui nella tornata precedente di analisi era stata accertata
l’assenza di LAL.
Per spiegare questa discordanza è stato ipotizzato
che i risultati fossero falsi positivi dovuti ad una lieve accidentale
contaminazione in un punto non precisato della procedura analitica.
Il secondo test circolare ha utilizzato 23 formaggi a pasta
filata (Mozzarelle in liquido di governo, Mozzarelle per Pizza, Scamorze
e preparati alimentari per Pizza o imitation cheeses) reperiti in parte
(17) dal commercio ed in parte (6) prodotti nel contesto del progetto
e mai analizzati precedentemente.
I risultati delle analisi dei 23 campioni incogniti hanno evidenziato
una inattesa variabilità soprattutto nel discriminare la presenza
o l’assenza di LAL (Tabella 2).
* I dati riferiti al laboratorio 1 bis sono
dati riportati dal lab 1, ma ottenuti con un secondo HPLC e differente
personale
Sui 23 campioni analizzati, 5 campioni sono stati riconosciuti LAL
positivi da tutti i laboratori: solo 7 dei restanti 18 campioni sono stati
concordemente valutati come negativi, mentre i restanti 11 campioni
hanno presentato risultati più o meno discordi, ed in particolare
6 campioni sono stati giudicati negativi solamente da un laboratorio.
Se fosse considerata rappresentativa la campionatura dei formaggi
prelevati al commercio, i dati rappresentati dalla maggioranza dei laboratori
indicherebbero un uso significativo di proteine essiccate, forse anche
maggiore rispetto ai dati di mercato.
La mancanza di concordanza tra i laboratori sulla determinazione
di presenza/assenza di LAL significa che talvolta, con frequenze variabili,
si sono avuti risultati che possono essere considerati, a seconda dei
casi, “falsi positivi” o “falsi negativi”.
Quali le possibili ragioni di questo inatteso andamento di risultati,
discorde dal precedente riferito a campioni in cui era nota la presenza
o meno di proteina essiccata aggiunta? Una risposta univoca non è
ancora oggi possibile.
Determinazione di LAL con procedura LC-ESI/MS/SIM
Il progetto si è posto l’obiettivo di mettere a punto anche
un metodo di analisi che, grazie ad un approccio analitico diverso basato
sulla spettrometria di massa, potesse essere utile per confermare il dato
del metodo HPLC in caso di contestazioni e quindi essere destinato a
laboratori di revisione di analisi e/o a strutture equipaggiate con idonee
attrezzature di spettrometria di massa.
La procedura LC-ESI/MS/SIM può quindi essere considerata
alternativa/complementare a quella HPLC con rivelazione fluorimetrica
oggetto dell’obiettivo precedente.
Il metodo si è differenziato inoltre da quello HPLC per l’uso
di uno standard interno (N-_-metillisina) e per il fatto che non sono previsti
trattamenti preliminari del campione quali la purificazione dell’idrolizzato
su colonna cromatografica C18 e la purificazione del derivato FMOC su
cartuccia di gel di silice con legata una fase polare di amminopropilsilano:
il riconoscimento della presenza di LAL nel campione è ottenuto
usando la spettrometria di massa con la tecnica ESI/MS/SIM
che per il derivato LAL (FMOC)3 presenta un segnale a m/z 900,4 (35,3min)
corrispondente alla massa teorica della LAL(FMOC)3 (900.3Da). Prove di
frammentazione hanno permesso di identificare gli ioni frammento derivanti
dallo ione parente confermando che il FMOC reagisce sia con la ammine primarie
che secondarie presenti nella LAL.
L’applicazione della procedura LC-ESI/MS/SIM ai 23 campioni
“ignoti” del secondo test circolare ha evidenziato come LAL negativi solo
7 dei 16 campioni identificati come negativi con il metodo HPLC da almeno
1 laboratorio (Tabella 3).
Questa discordanza tra i due metodi, se si da, come si deve dare,
alla procedura LC-ESI/MS/SIM una valenza “superiore” proprio perché
identifica il picco non solo sulla base del tempo di ritenzione anche del
suo peso molecolare, sembrerebbe quindi indicare che il metodo HPLC
potrebbe talvolta sottostimare la presenza di LAL e fornire talvolta risultati
“falsi negativi”. Si deve per altro notare che questo evento non si è
verificato nelle prove con i formaggi di cui era nota o meno l’addizione
di derivati proteici anidri. L’uso del condizionale è tuttavia d’obbligo
perché il metodo innovativo non è stato ancora testato da
altri laboratori e quindi manca di validazione.
Ricerca di altre molecole marcatrici
Se la determinazione della presenza di LAL nel formaggio, quale sia il
metodo usato, è un indice di addizione di derivati proteici essiccati,
essa tuttavia non può permettere di distinguere la varietà
di derivato proteico usata. Nel caso inoltre di addizione di quantità
limitate di caseina acida o presamica, caratterizzate da un ridotto contenuto
di LAL, la sensibilità del metodo risulterebbe inferiore ai limiti
prima indicati e quindi potrebbe non essere sufficiente per prevenire
completamente eventuali frodi.
Per aumentare la probabilità di individuare l’addizione di
derivati proteici essiccati, ed eventualmente riconoscerli, occorre quindi
ricorrere anche allo studio di altri marcatori molecolari.
Uno di questi, presente nelle PCL, è la furosina. Nei formaggi
sperimentali prodotti con PCL, assieme a LAL, si ritrova infatti una
presenza di furosina superiore ai limiti che si hanno nei formaggi
ottenuti esclusivamente da latte liquido. L’addizione al latte di
PCL-UF in quantità variabile, proprio perché PCL contiene
assieme a LAL anche furosina, ha fatto spesso superare ai campioni
i limiti di 10-12 mg furosina/100 g proteina stabiliti dalla normativa
italiana per i differenti tipi di formaggi freschi a pasta filata.
Come già motivato per LAL, a causa della variabilità del contenuto
di furosina nelle PCL e nei derivati del latte essiccati, non sembra possibile
stabilire una relazione precisa tra valori di furosina presente nel formaggio
e quantità di proteina aggiunta. A differenza di LAL che è
risultata assente nei formaggi prodotti senza addizione di proteine
essiccate, nel caso della furosina inoltre si ha l’ulteriore complicazione
che il processo di produzione delle paste filate fresche sicuramente “genuine”
determina la formazione di prodotti della reazione di Maillard che sono stati
misurati in 6,6 mg furosina/100 g proteina.
La valutazione combinata della presenza di LAL e furosina potrebbe
permettere quindi di distinguere non solo i campioni di formaggio ottenuti
senza addizione di proteine essiccate dagli altri, ma anche di ipotizzare
se sia stato aggiunto caseinato o PCL.
Lo stesso risultato, almeno a livello qualitativo, è stato
ottenuto attraverso la ricerca delle forme di caseina _s1 modificate
dal trattamento di produzione della polvere. Usando la tecnica combinata
di elettroforesi 2D accoppiata alla spettrometria di massa ESI/MS è
stato possibile identificare, sia nei derivati proteici essiccati che
nei formaggi ottenuti con quest’ultimi, varie forme modificate della
caseina _s1, fra cui quella lattosilata (quindi alla base della
successiva formazione di furosina) e quella modificata dalla reazione
di defosforilazione alla base della formazione di deidroalanina (DHA)
che reagisce con l’ _ NH2 della lisina dando quindi origine alla formazione
di LAL.
E’ stato tuttavia confermato, analizzando nel corso del progetto
una vasta campionatura di prodotti commerciali, che il contenuto di furosina
delle PCL, ed anche dei caseinati, è molto variabile. Questa variabilità
inoltre non sempre o necessariamente è legata, come ci si dovrebbe
aspettare, al tenore residuo in lattosio delle PCL. Ad esempio
è stato verificato che le PCL usate per produrre i Caciocavallo
Silano sperimentali, pur avendo un tenore proteico di 85% hanno
presentato valori di furosina di 296 mg/100 g proteina, ben superiore
di quello misurato nelle PCL usate per produrre le Mozzarelle sperimentali
che pur avendo un tenore proteico del 70% hanno mostrato valori di “soli”
52 mg furosina/100 g proteina. Questa differenza di furosina nelle polveri
si è tradotta quindi in un diverso contenuto di furosina (sopra
o sotto il valore legale ammesso dalla normativa italiana) dei formaggi,
a parità di quantità di PCL aggiunte.
Non solo, la furosina è stata ritrovata in dosi inusuali
anche nel caseinato usato per ottenere il Caciocavallo Silano, e nel
formaggio ottenuto con addizione di tale caseinato è stata così
rilevata anche una quantità di furosina eccedente i limiti legali
fissati per le Mozzarelle.
L’ipotesi quindi che il ritrovamento della sola LAL sia indice di
addizione di caseinati, mentre quello contemporaneo di LAL e furosina
sia indice di addizione di PCL, può essere in generale una buona
indicazione, ma non sempre e necessariamente riesce a descrivere la complessità
della realtà produttiva.
In Italia ad esempio la determinazione della furosina nei formaggi
a pasta filata è stata prevista per escludere l’impiego di latte
in polvere o di cagliate di importazione ottenute a loro volta con latte
in polvere: dal punto di vista teorico l’addizione contemporanea di caseinato
e latte in polvere porterebbe ad ottenere la presenza contemporanea di
LAL e furosina. Questa ipotesi, non prevista dagli obiettivi di GEFORPASTA,
dovrebbe essere verificata sperimentalmente: se si accettasse infatti
il postulato che la presenza contemporanea di LAL e furosina sia sinonimo
di addizione di PCL (come per altro in molti casi è risultato vero),
e l’ipotesi fatta risultasse concreta, si rischierebbe il paradosso
di “legalizzare” formaggi prodotti con l’addizione combinata di caseinato
e latte in polvere.
Questa complessità di situazioni, anche se rischia di far
apparire più “deboli” i risultati e gli avanzamenti di conoscenza
ottenuti da GEFORPASTA, non può essere sottovalutata. La capacità
di riconoscere e discriminare l’uso di derivati anidri del latte nel formaggio,
nel momento in cui possono intervenire frodi, può avere infatti
ricadute sul piano normativo e quindi devono essere attentamente valutate
e quantificate le varie possibilità. Altrettanto non può
essere dimenticata la diversità della situazione italiana rispetto
al resto d’Europa, soprattutto relativamente alla possibilità di
uso di latte in polvere e/o PCL, ed a tal fine è importante sottolineare
che i risultati attuali di GEFORPASTA, ed i loro futuri sviluppi, dovrebbero
essere valutati in un’ottica europea e non solo italiana.
Ricerca di altri marcatori molecolari diversi da LAL e furosina
GEFORPASTA ha avviato quindi una strategia di ricerca complementare
o alternativa agli approcci classici, oggi agli inizi se confrontata con
la ormai lunga storia di ricerche dedicate a LAL e furosina, tesa a individuare
modificazioni delle proteine lattee dovute a trattamenti termici.
In estrema sintesi sono stati seguiti due indirizzi di studio.
Il primo indirizzo ha ricercato la formazione di complessi macromolecolari
tra sieroproteine e caseine, tipiche delle PCL, o tra caseine. In particolare
è stata valutata da un lato la possibilità di riconoscimento
con metodo ELISA degli addotti tra ß-lattoglobulina e caseina
nelle proteine concentrate del latte e dall’altro è stato confrontato
il profilo cromatografico su colonna a scambio anionico della caseina
presente nel prodotto commerciale “caseinato di calcio” con quello della
caseina presente in latte crudo o pastorizzato. Il confronto ha evidenziato
differenze importanti in quanto nel derivato essiccato sono stati identificati
copolimeri delle caseine, con peso molecolare tra 56 e 180kDa, caratterizzati
da legami di tipo covalente, resistenti ad agenti riducenti. Tale presenza
è stata confermata dalla analisi di mappe triptiche che hanno evidenziato
la presenza di peptidi di peso molecolare più elevato assenti nella
caseina nativa
Il secondo indirizzo di studio si è invece orientato sulla
elaborazione di una procedura analitica originale per localizzare nella
catena delle singole frazioni proteiche del latte i residui amminoacidici
del tipo della deidroalanina (DHA) e deidro-butirrina (DHB)
formati a seguito di reazione di ß -eliminazione, non ancora reagiti
con gli _- N gruppi della lisina. L’identificazione dei siti innaturali
di DHA e DHB nelle caseine è stata ottenuta mediante l’impiego di
tecniche coordinate che hanno previsto:
- la saturazione del doppio legame mediante addizione di
adatto reagente seguita dalla formazione di derivati con biotina;
- l’isolamento mediante colonna di affinità con avidina
dei peptidi modificati;
- la caratterizzazione dei prodotti mediante spettrometria
di massa MALDI-TOF
Tra i peptidi contenenti DHA e DHB sono state identificate ulteriori
modifiche a carico di residui di metionina, serina, asparagina e lisina,
quest’ultima modificata anche da gliossale proveniente da prodotti della
reazione avanzata di Maillard.
I risultati ottenuti hanno dimostrato su base molecolare in modo
originale un complesso di reazioni di degradazione delle catene proteiche
che avvengono a seguito di trattamento di essiccazione dei derivati del
latte.
Questa strategia di ricerca sta offrendo spunti interessanti
e le basi per approfondimenti in futuri sviluppi della ricerca. Al momento
potrebbe tuttavia essere troppo anticipato prevedere un possibile utilizzo
applicativo delle diverse possibili molecole marcatore individuate, sia
perchè deve ancora essere verificata la loro regolare presenza nei
differenti derivati anidri del latte sia perché deve essere verificata
l’applicabilità dei metodi di analisi da parte dei laboratori addetti
ai controlli.
Effetto dell’addizione di proteine essiccate sulla caseificazione
Per poter eseguire gli studi descritti con materiale di origine “certa”
e quantità note di proteina aggiunta che permettessero di “calibrare”
i metodi di dosaggio di LAL si è proceduto allo studio di condizioni
idonee di produzione di formaggi a pasta filata mediante addizione di
quantità differenti di caseina (acida e presamica), caseinato di calcio
e PCL. Ognuno di questi prodotti anidri è caratterizzato da specifiche
proprietà di dissoluzione ed idratazione e quindi le tecniche di
miscelazione al latte o alla cagliata utilizzate per produrre i formaggi
sperimentali sono risultate differenti.
Le motivazioni per l’uso di tali prodotti nel settore lattiero caseario
sono legate a ragioni economiche per cui può essere conveniente
sostituire parte del latte liquido o a ragioni tecnologiche per
cui l’addizione di proteine essiccate diventa un mezzo più facile
per standardizzare la composizione del latte rispetto all’uso dell’ultrafiltrazione
del latte allo stabilimento.
Nel contesto di GEFORPASTA si è voluto inoltre verificare
l’influenza dell’addizione di derivati anidri del latte (caseina e PCL)
sul processo di trasformazione del latte e sulla resa in Mozzarella. Per
ridurre l’influenza di altre variabili di processo è stato scelto
di produrre Mozzarella mediante la tecnologia di preacidificazione del latte
con acido citrico, mantenendo costanti le condizioni di filatura.
Dopo aver verificato preliminarmente la correlazione positiva tra
addizione di dosi crescenti di caseinato di calcio o di PCL UF ed incremento
della resa ponderale di caseificazione, è stato scelto di approfondire
lo studio dell’influenza dell’addizione di PCL UF sulla caseificazione
del latte a Mozzarella, poiché l’uso di PCL è sempre più
diffuso in Europa e trova applicazioni casearie anche in Italia, nonostante
i già citati divergenti pareri dei Ministeri competenti.
Lo studio analitico relativo alla composizione (grasso, proteine
e residuo secco) della Mozzarella e dei fluidi di processo (latte, siero
ed acqua di filatura) ha permesso di evidenziare che le PCL aggiunte al
latte sono effettivamente inglobate nel formaggio, in quanto il rapporto
tra la massa di proteine presenti nella Mozzarella e quella presente nel
latte è risultato sostanzialmente uguale sia nel caso dei formaggi
ottenuti da latte arricchito che in quello controllo. Questo dato, unito
all’incremento ponderale delle quantità di formaggio ottenute, conferma
quindi che l’addizione di PCL consente di aumentare la resa, e quindi,
sulla base dei prezzi delle medesime rispetto a quello del latte, si determinano
o meno le ragioni economiche del loro utilizzo.
Le PCL, come detto, trovano una importante ragione di utilizzo
nel contesto della standardizzazione della composizione del latte al fine
di consentire un’effettiva automatizzazione del processo produttivo ed
un corretto sfruttamento degli impianti produttivi. Ne è quindi stato
testato l’uso anche in condizioni finalizzate principalmente alla standardizzazione
del rapporto tra grasso e proteine del latte, elemento indispensabile per
la standardizzazione produttiva. Nelle prove inoltre non solo è
stato standardizzato il rapporto grasso/proteina ad un valore di 1,1, ma
è stato anche stabilito di fissare il contenuto proteico del latte
ad un valore costante di 3,7% grazie all’addizione di quantità variabili
di PCL (da 0,2 a 0,4 kg proteina/100 kg latte) ed eventuali integrazioni
di crema. I risultati di queste prove hanno indicato che in questo modo non
solo si è incrementata la resa di trasformazione del latte standardizzato
in Mozzarella, risultata pari al 14,8±0,1% a fronte di un valore di
resa del 13,2±0,4 delle prove controllo, ma si è ridotta la
variabilità della medesima e con essa anche quella della composizione
del prodotto.
L’addizione di PCL al latte è quindi uno strumento che, a
seconda di come è gestito, può permettere di incrementare
le rese produttive e /o di standardizzarle, obiettivo fondamentale per
un’industria moderna in quanto la standardizzazione della resa significa
anche standardizzazione della composizione del formaggio sui livelli desiderati
e quindi sua maggiore identità.
Le ragioni dell’uso di PCL, e per analogia purtroppo quelle dell’uso
fraudolento di caseinati, risiedono quindi in motivazioni tecnologiche
e di marketing (standardizzazione di processo e prodotto, identità)
che si possono coniugare con ragioni economiche in funzione dei rispettivi
prezzi di mercato di latte, crema e PCL.
La difesa degli interessi nazionali di un Paese importatore di latte,
quale è l’Italia, deve considerare che in una situazione di libero
mercato si può anche impedire per decreto quello che è
consentito nel resto di Europa (l’uso di PCL), ma che le ragioni di tale
uso non sono effimere e quindi il rischio è quello di far delocalizzare
le produzioni casearie non DOP (oltre il 50% dei formaggi italiani) in
quei Paesi in cui tali vincoli non esistono.
Conclusioni
Grazie anche ai risultati di GEFORPASTA già da oggi
diventa possibile distinguere con un buon grado di attendibilità
i formaggi a pasta filata (Mozzarella e Caciocavallo Silano) ottenuti
da latte cui sono state addizionate anche minime quantità di proteine
lattee essiccate (fino a 0,06kg di proteina essiccata/100 kg di latte)
dai formaggi controllo: quest’ultimi infatti sono risultati non contenere
LAL, sia quando LAL è stata determinata con metodo HPLC fluorimetrico
che con procedura LC-ESI/MS/SIM.
Esiste una relazione lineare tra quantità di proteina essiccata
aggiunta al latte e quantità di LAL nel formaggio, ma non è
tuttavia possibile, sulla base della quantità di LAL misurata, determinare
la quantità di proteina essiccata aggiunta, se l’analista non è
in possesso anche della polvere aggiunta, per il contenuto estremamente variabile
di LAL nei derivati in polvere.
La complessità del sistema caseario e la forte eterogeneità
dei preparati commerciali disponibili sul mercato nazionale ed internazionale
rendono tuttavia ancora difficile l’identificazione certa della varietà
della proteina essiccata eventualmente aggiunta (caseinato o PCL):
alla luce dei risultati ottenuti è oggi infatti possibile distinguere
con una discreta presunzione di attendibilità formaggi ottenuti con
l’uso di caseinato da quelli ottenuti con PCL sulla base dei differenti
contenuti in LAL e furosina o sulla base della identificazione della presenza
di _s1 caseina lattosilata o modificata dalle reazioni di _ eliminazione
e cross linking.
La validità assoluta di tale approccio analitico, e quindi
la sua applicabilità anche in termini normativi, deve essere tuttavia
confermata sia ampliando il numero dei casi allo studio sia verificando
in che modo l’uso combinato di tali marcatori sia in grado di discriminare
formaggi ottenuti con addizione di PCL (in cui è presente sia LAL
che furosina) da quelli ottenibili con aggiunte combinate di caseinato
(in cui è presente LAL) e latte in polvere (in cui è presente
furosina), argomento questo che non era tra gli obiettivi previsti inizialmente
dal progetto, ma di cui i risultati del progetto evidenziano l’utilità.
Lo studio di altri marcatori, che evidenziano modificazioni delle
proteine essiccate in funzione dei trattamenti alla base del loro ottenimento,
ha offerto interessanti spunti per implementare le ricerche.
I risultati del progetto ed i metodi analitici messi a disposizione
consentono in ogni caso di difendere i formaggi DOP italiani nei quali
è esclusa a priori la possibilità di uso di qualsiasi derivato
essiccato del latte. Sarà possibile esprimere eguale certezza
anche nel caso dei formaggi “comuni”, solo quando saranno a disposizione
marcatori specifici o sistemi combinati di valutazione in grado di discriminare
con certezza il tipo di derivato essiccato del latte.
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Unità Operative linea SIFORTI
Denominazione: Università degli
Studi di Milano - Dipartimento di Scienze e Tecnologie Alimentari
e Microbiologiche (DISTAM)
|
Indirizzo: Via Celoria, 2 - 20133 Milano
|
Referente: prof. ssa Luisa Pellegrino
|
Telefono/Fax: 02 58356664
|
| e-mail:
luisa.pellegrino@unimi.it
|
Denominazione: CNR - Istituto di Scienze
dell'Alimentazione (ISA)
|
| Indirizzo: Via Roma, 52 a/c - 83100 Avellino |
Referente: dr. ssa Gabriella Pocsfàlvi
|
Telefono/Fax: 0825 299208 / 0825 299206
|
| e-mail:
gpocsfalvi@isa.av.cnr.it
|
Denominazione: Istituto Sperimentale Lattiero
Caseario(ILC)
|
| Indirizzo: Via Lombardo, 11 - 26900 Lodi |
Referente: prof. Erasmo Neviani - dr. Domenico
Carminati
|
Telefono/Fax: 0371 45011 / 0371 35579
|
| e-mail:
eneviani@ilclodi.it
|
Denominazione: Istituto Zootecnico e Caseario
per la Sardegna(IZCS)
|
| Indirizzo: Regione Bonassai - 07400 Olmedo
(SS) |
Referente: dr. Antonio Pirisi
|
Telefono/Fax: 079 387277 / 079 387277
|
| e-mail:
apirisi@tiscalinet.it
|
| Denominazione:Università degli
Studi di Napoli "Federico II" - Dipartimento di Scienza degli Alimenti
(DSA) |
| Indirizzo: Parco Gussone - 80055 Portici
(NA) |
Referente: dr. Pasquale Ferranti
|
Telefono/Fax: 081 2539355
|
| e-mail:
ferranti@unina.it
|
| Denominazione:Università degli
Studi di Napoli "Federico II" - Dipartimento di Scienza degli Alimenti
- sez. Microbiologia |
| Indirizzo: Via Università, 100 - 80055
Portici (NA) |
Referente: prof. Salvatore Coppola
|
Telefono/Fax: 081 2539017
|
| e-mail:
sacoppol@unina.it
|
| Denominazione:Istituto Zooprofilattico
Sperimentale della Lombardia e dell'Emilia Romagna
(IZSLER) |
| Indirizzo: Via Bianchi, 7 - 25100 Brescia |
Referente: dr. Paolo Boni
|
Telefono/Fax: 030 2290545 / 030 2290556
|
| e-mail:
soepidal@bs.izs.it
|
| Denominazione:Istituto Zooprofilattico
Sperimentale della Sardegna - sez. Microbiologia Latte
e derivati (IZS S) |
| Indirizzo: Via Duca degli Abruzzi, 8 - 07100
Sassari |
Referente: dr. Antonio Fadda
|
Telefono/Fax: 079 219670 / 079 272189
|
| e-mail:
antonio.fadda@izs-sardegna.it
|
| Denominazione:Consorzio per la Tutela
del Formaggio Grana Padano |
| Indirizzo: Via XXIV Giugno, 8 - Loc. S.
Martino della Battaglia - 25015 Desenzano del
Garda (BS) |
Referente: dr. Stefano Berni
|
Telefono/Fax: 030 9109811 / 030 9910487
|
| e-mail:
m.malagrida@tin.it
|
| Denominazione:Consorzio per la Tutela
del Formaggio Pecorino Romano |
| Indirizzo: Corso Umberto, 226 - 08015 Macomer |
Referente: P.A. Giovanni Galistu
|
Telefono/Fax: 0785 70537 / 0785 72215
|
| e-mail:
romano.galistu@tiscalinet.it
|
| Denominazione:CHELAB S.r.l. |
| Indirizzo: Via Fratta, 25 - 31023 Resana
(TV) |
Referente: dr. ssa Ingrid Munari
|
Telefono/Fax: 0423 717888 / 0423 715058
|
| e-mail:
i.munari@chelab.it
|
Unità Operative linea GEFORPASTA
Denominazione: Università degli
Studi di Milano - DISTAM, Sezione Industrie Agrarie
|
Indirizzo: Via G. Celoria, 2 - Milano
|
Referente: prof. Luisa Pellegrino
|
Telefono/Fax: 02 58356668 / 02 58356672
|
e-mail:
luisa.pellerino@unimi.it
|
Denominazione: Università degli
Studi di Napoli "Federico II" - Dipartimento di Scienza degli
Alimenti
|
Indirizzo: Parco Gussone - 80055 Portici
(NA)
|
Referente: prof. Lina Chianese
|
Telefono/Fax: 081 2539011
|
e-mail:
chianese@unina.it
|
Denominazione: CNR - Istituto di Scienze
dell'Alimentazione (ISA)
|
Indirizzo: Via Roma, 52 a/c - 83100 Avellino
|
Referente: prof. Francesco Addeo
|
Telefono/Fax: 0825 2991111
|
e-mail:
addeo@unina.it
|
Denominazione: Istituto Sperimentale Lattiero
Caseario (ISLC)
|
Indirizzo: Via Lombardo, 11 - 26900 Lodi
|
Referente: dr. Germano Mucchetti
|
Telefono/Fax: 0371 45011 / 0371 35579
|
e-mail:
gmucchetti@ilclodi.it
|
Denominazione: CHELAB S.r.l.
|
Indirizzo: Via Fratta, 25 - 31023 Resana
(TV)
|
Referente: dr. Ingrid Munari
|
telefono/Fax: 0423 717888 / 0423 715058
|
e-mail:
i.munari@chelab.it
|
Denominazione: CNR - Istituto di Genetica
Vegetale, Sezione di Portici
|
Indirizzo: Via Università, 133 - 80055
Portici (NA)
|
Referente: prof. Luigi Monti
|
telefono/Fax: 081 2539047 / 081 7753579
|
e-mail:
lmonti@unina.it
|
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VALORE
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FINANZIAMENTO MIUR
|
COFINANZIAMENTO UU.OO.
|
|
€ 1.549.370,70
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€ 1.032.913,80
|
€ 516.456,90
|